Piccola biografia silenziosa

23 LUGLIO | ORE 21.30 

Giardino Ducale, Serre Petitot

per adulti

Conchiglie + Polvere 

ingresso 5 € 

prenotazione obbligatoria

CONCHIGLIE

di e con Jessica Graiani

marionetta ibrida di Jessica Graiani

collaborazione drammaturgica Nadia Milani, Natacha Belova

“Il mare è una distesa d'acqua fonda come l'acqua del pozzo che sta

fra il nostro podere e quella catapecchia che è la vostra casa.

Solo che è blu, e che per quanto giri l'occhi non puoi vedere dove finisce.”

(Goliarda Sapienza - “L'arte della gioia”)

 

Una cartolina.

Una valigia pronta.

Una donna di mezza età che non ha mai visto il mare.

Quanto coraggio ci vuole per poter partire?

Un breve racconto senza parole sulle “impossibilità” di una vita come tante.

a seguire

 

POLVERE

Collettivo Superstite

con Giulio BellottoAnnalisa EspositoRiccardo Reina

regia Riccardo Reina

Polvere è uno spettacolo senza parole. Diventa dunque difficile articolare a parole ciò che si è voluto mettere in scena senza di loro. Il suo silenzio interroga l’insufficienza del linguaggio verbale e al contempo la sua necessità. Il ruolo delle immagini in ciò che chiamiamo “comunicabilità”. Cosa dicono le immagini che le parole non possono? Come interagiscono tra loro immagini e parole, come si intrecciano? Come condizionano reciprocamente la propria comprensione? Quesiti fondamentali che ci vengono posti da un mondo che pare avere eletto l’immagine a cifra dominante del linguaggio universale, forza che attira e piega le parole verso un’immediatezza sempre più veloce quanto superficiale, che rende la complessità dei significati e dei concetti sempre più faticosa e insopportabile. Perché andare in profondità, verso il buio e il silenzio, quando le immagini possono viaggiare alla velocità della luce? Ma anche le immagini mostrano una densità specifica, se si impara a decifrare la loro grammatica. Possono le immagini comunicare la complessità del senso, possono educare l’occhio a leggere i significati che veicolano al di là (o al di qua) delle parole? Quesiti che il teatro, in quanto pratica millenaria del vedere e del dire, può, ancora una volta, aiutarci a comprendere.

Lo spettacolo si sviluppa in un tempo e in uno spazio geometrici, rigorosi, costretti. Ma al contempo indefiniti. Due figure umane incorniciate dal buio di un palco vuoto. In scena vediamo semplicemente un uomo e una donna immobili: aspettano che qualcosa accada. E qualcosa accade, anzi: qualcosa sta già accadendo. Non sappiamo da quando, ma della polvere sta già cadendo. Dapprima non è niente, sembra un caso, un incidente. Ma con un'inerzia inarrestabile, la polvere inizia a incidere sulle loro esistenze, sempre più incalzante. Da niente, diventa qualcosa, anzi diventa la cosa: tutto ciò che essa può significare, motore mobile dell’azione.

I personaggi fronteggiano questa invasione scoprendosi disarmati, tragicomici, meschini. Inesorabilmente la polvere prende il sopravvento sulle due figure che, stremate, non tentano più nemmeno di ripararsi. Non possono più arrestare l’implosione del loro piccolo mondo circoscritto, schiacciato dal peso di ciò che non esiste, ovvero di ciò che hanno tentato in tutti i modi di ignorare, o di rimuovere. Fino a quando non si accorgono che loro stessi si stanno sgretolando, diventando insieme, a loro volta, nient’altro che polvere. La polvere è il modo in cui il tempo stesso cancella le

tracce di ciò che esiste. Ma è anche il modo in cui il tempo si fa materia e permette alle tracce di esistere. Si può davvero contrastare l'inesorabile formarsi della polvere? Oppure l'illusione di lasciare una traccia che resista all’infinito non è che l'ennesimo modo - l'ultimo rimasto - per difendersi dalla finitudine dell'uomo? O forse da ciò che l’uomo teme ancora più della propria fine, ossia l’assenza di un fine, di un significato che ne giustifichi l’esistenza? La polvere è il canovaccio sul quale l'essere umano interpreta il paradosso della propria esistenza: serie di azioni impossibili, che scavano l’architettura di un senso per riscoprirlo sempre e comunque effimero, mandala pazientemente costruito che muore in un soffio.

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